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La Human-centered-society come risposta alla money-centered-economy


La Human-centered-society come risposta alla money-centered-economy
10 luglio 2018

Il secondo contributo della campagna #CollectingInnovation è di Alessandro Rimassa che ci parla della nascita di Talent Garden: luogo di empowerment per chi vuole applicare le proprie competenze ed essere d’impatto verso il futuro della propria comunità. Un primo passo verso una “human centered society”.

 

Nel post “Queste aziende chiuderanno per mancanza di dipendenti (è la disoccupazione al contrario)” mettevo in evidenza come un tempo fossimo poco attenti a quello che era il comportamento del nostro datore di lavoro in determinate situazioni e che quello a cui più prestavamo attenzione fosse sostanzialmente la nostra retribuzione.

Oggi non è più così, non siamo disposti a venire meno a quelli che sono i nostri valori e a ciò che per noi è importante e ci rende persone felici sia fuori ufficio che anche in azienda.

Sembra un’affermazione forte, ma è il cambiamento che stiamo vivendo a livello di individui e società.

Il tempo che ognuno di noi trascorre lavorando – al netto delle ore di sonno – supera di gran lunga quello dedicato a noi stessi, ai nostri cari, ai nostri hobby. Diventa dunque necessario per le aziende essere un luogo nel quale costruire progetti insieme ai dipendenti, di condivisione, un luogo di incontri umani, di crescita personale e professionale delle persone.

Non basta più guadagnare, quello che conta nella vita professionale di ognuno di noi è essere gratificati nella propria quotidianità e temi come attenzione all’ambiente, diversity, smart working, sviluppo familiare o valorizzazione delle persone diventano determinanti per l’interesse, o meno, a lavorare per una data azienda.

D’altronde anche come consumatori il nostro approccio è cambiato, siamo sempre più attenti non solo a quello che un’azienda produce ma anche a come lo fa.

A parità di prezzo, e spesso anche a costi superiori, i consumatori oggi scelgono prodotti di aziende che hanno attenzione a certi valori, e le informazioni sono trasparenti per tutti, basta una ricerca su Google.

Sostanzialmente dunque la Corporate Social Responsibility – CSR – ha due facce e sono entrambe importanti: quella interna e quella esterna.

La prima riguarda la gestione delle persone, la loro salute, la sicurezza sul lavoro, l’organizzazione aziendale, la gestione delle risorse naturali e degli effetti sull’ambiente; la seconda riguarda invece i fornitori, i clienti, il rispetto dei diritti umani lungo tutta la filiera produttiva, le comunità locali e le preoccupazioni ambientali a livello mondiale.

Un esempio è quello di Guggenheim Intrapresae che, da oltre 25 anni, coinvolge le aziende in un prestigioso progetto culturale internazionale per promuovere il contenuto educativo dell’arte e ispirare la cultura d’impresa al cambiamento e alle sfide globali attraverso incontri di condivisione di competenze e conoscenze.

Tornando alla mia esperienza, più di tre anni fa ormai ho fatto una scelta dettata proprio dal desiderio di generare valore economico e valore sociale. Una scelta che potesse aiutare le persone a costruire il futuro che sognano e che al tempo stesso contribuisse al rilancio del nostro Paese, oggi posso dire non solo dell’Italia ma di tutta l’Europa.

Non è stato facile lasciare il mio lavoro precedente, perché era un luogo speciale, una multinazionale tutta italiana, ma era arrivato il momento di farlo per partecipare a un progetto che fosse davvero mio e per lanciare una scuola del digitale e dell’innovazione (Innovation School) che formasse le persone per le professioni più nuove (e richieste dal mercato) e che permettesse a tutti di trasformare la propria passione in lavoro. Talent Garden oggi è questo, una community prima che un coworking, una scuola, un luogo di connessione per chi fa digital e innovazione. Ed è qui che sta il valore, a livello di Corporate Social Responsibility dell’azienda che ho co-fondato, ciò che stiamo mettendo in circolo: empowerment di persone che vogliono essere protagoniste del proprio futuro professionale e che attraverso le proprie competenze vogliono impattare sul futuro delle loro comunità.

Non è semplice, ma è fondamentale vedere in maniera sempre più ampia l’impegno sociale delle aziende: per le imprese rappresenta infatti non solo un impegno economico ma una vera strategia che tiene conto, nelle scelte aziendali, di considerazioni etiche, sociali e culturali. Fare questo è possibile solo se siamo pronti ad accogliere la sfida, a metterci in gioco e compiere una trasformazione del nostro approccio al lavoro avendo l’umiltà di ascoltare i colleghi e facendo squadra.

Tra l’altro la relazione tra Pil (Prodotto interno lordo) e Pif (Prodotto interno felicità) è molto stretta: sono totalmente convinto che l’aumentare della felicità dei dipendenti generi un conseguente aumento della capacità produttiva.

Tra le possibili leve che permettono ai dipendenti di scegliere una determinata azienda rispetto ad un’altra penso ci sia anche quella che riguarda la propria crescita culturale.

In Talent Garden per esempio crediamo molto nel valore della formazione continua e nel valore anche di esperienze non strettamente legate alla formazione “tecnica”, utile per svolgere il proprio lavoro.

È importante che le persone che lavorano con noi scoprano per esempio nuove città, nuovi paesi, vadano a teatro, visitino una mostra. Sono tutte esperienze che si ripercuotono positivamente sul clima generale dell’azienda. Il team prende parte alla vita aziendale con più serenità e quindi con più motivazione.

Fare impresa oggi significa sì sviluppare il business, ma porsi obiettivi che riguardano l’impatto che la propria attività ha sugli altri.

Avranno futuro solo le aziende che sapranno costruire valore nel tempo, che poi si sostanzia ovviamente in risultati economici, ma che li vede come conseguenza di una serie di azioni che contribuiscono a creare impatto.

È la costruzione di un nuovo modello sociale con al centro l’essere umano, una human-centered-society che si contrappone alla money-centered-economy che ci ha portato dove siamo oggi“.